mercoledì 25 luglio 2012

Attenzione, trasloco!

Sto trasferendo il blog sul mio server personale dove sono già stati spostati i vecchi post. 
Non vi strappate i capelli. 
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mercoledì 20 giugno 2012

Imparare a cadere

La prima cosa che senti quando entri in un dojo è il tatami sotto i tuoi piedi.
Lui c'è, puoi cambiare dojo, maestro, istruttori, compagni di pratica, ma il tatami non si muove, è una specie di invariante, è sempre lì e dalla prima volta che ci sali sopra lo aquisisci come una certezza, una delle poche. Una certezza concreta con cui è bene familiarizzare fin da subito, perché col passare degli anni di pratica diventa qualcosa di più. Ti insegna che cadere non fa male, ti insegna che è possibile cadere senza perdere  integrità né fisica né mentale. Ti fa capire quando sbagli, gentilmente, ma in modo deciso perché cadere male, anche su un tatami, non è affatto piacevole, ma il tatami è comprensivo: ti protegge negli sbagli e ti permette di rialzarti e riprovarci, ricadere e rialzarti un'altra volta per ricominciare.

La prima cosa che noti quando assisti da principiante ad una lezione o una dimostrazione o un seminario di aikido è che è pieno di gente che cade a ripetizione, plana, rotola e si rialza ingaggiando una lotta costante contro la gravità. In aikido questo si chiama ukemi, oppure come mi disse una bambina non ancora abbastanza alta da arrivare al bancone del gelataio "ma io ti conosco, io ti ho visto volare al kidojo!".
In realtà nessuno vola, non c'è magia, non ci sono supereroi, c'è solo un costante e paziente lavoro su se stessi, sulle proprie paure e le proprie insicurezze, sui propri spigoli.
Un praticante di aikido si confronta con i propri spigoli per tutta la vita e cadere, anche solo su un tatami, insegna che di spigoli ne abbiamo tanti e che magari col tempo e con i lividi si può trovare il modo di smussarli o di comprenderli in un movimento protettivo, per rendere i propri rotolamenti più morbidi.
Un principiante questo non lo sa, non ancora almeno, sa solo che se guarda giù vede il pavimento e che per quanto il tatami sia ammortizzato, questo pavimento non è per niente invitante. Tuttavia con la pratica si impara che il tatami non fa paura, che cadere non è un problema e che è l'inerzia stessa della caduta a riportarti in piedi se sai come gestirla, senza sforzo e senza danno.

Non riesco a ricordare un periodo della mia vita che non mi abbia visto praticare qualche sport e si può dire che ho cominciato a fare aikido relativamente presto, appena maggiorenne. Questo insieme di fattori mi ha portato fin da subito a fare ukemi molto spesso durante le lezioni ordinarie, e poi durante gli esami, le dimostrazioni ed i seminari sia in Italia che all'estero.
Forse è anche per questo che sono particolarmente legato sia alla pratica di ukemi sia al tatami: vedo la pratica di ukemi indissolubimente legata alla mia pratica dell'aikido ed il tatami è indiscutibilmente il miglior amico dell'ukemi.
Credo che fare ukemi permetta di imparare veramente tanto sul contatto, il ritmo e le tecniche di aikido. Si tratta di un'esperienza diretta che per mia ferma e personale convinzione non può essere sostituita da alcunché nel proprio processo di apprendimento.

Ci sono persone, ed io sono fra questi, che hanno bisogno del contatto, dell'incontro e talvolta dello scontro con il tatami.
Non è solo per via del punto vista privilegiato sull'aikido che la pratica quotidiana di ukemi può dare ad ogni praticante, di qualsiasi livello. Credo che sia soprattutto perché il tatami sta lì a ricordarci, in caso di cali di memoria, che da qualsiasi caduta ci si può rialzare, se si impara come cadere.






...Jusqu'ici tout va bien.

martedì 24 aprile 2012

Anger is a gift

Ok Zack, la rabbia è un dono, ma per chi?

Facciamo un esempio.
Diciamo che sto camminando, nel bel mezzo di una stradina, secondaria ma trafficata, per raggiungere la mia macchina. Accanto a me una signora anziana con uno di quei bastardini tutto pelo e pennichelle domenicali. E' perfino una meravigliosa giornata di sole, eppure ad un certo punto, non saprei spiegare bene perché, mi fermo. In mano ho le chiavi della macchina che è poco distante, per un riflesso le impugno tra le due nocche, ma senza una ragione apparente, d'istinto. Allo stesso modo, senza una ragione apparente li vedo arrivare, anzi no, per la precisione li vedo apparire da dietro una macchina parcheggiata. Due pitbull, veloci come una frustata, diretti ed improvvisi come un cattivo pensiero puntano il cagnolino della signora. Siamo in quei momenti in cui l'azione procede in slow motion, tuttavia quello che accade in questi casi è sempre questione di secondi. Il padrone, forse memore di qualche brutta esperienza prova a richiamarli da subito, facendo seguire al richiamo uno scatto abbastanza goffo per cercare di bloccarli, il tutto aiutato da un amico. Quello che uno si aspetterebbe è che i due cani, magari territoriali, magari aggressivi, possano ringhiare o abbaiere all'altro cane, per la verità piccolo e malconcio, percependolo come una minaccia o semplicemente come non gradito... dopo tutto siamo nel regno animale, ma quello che succede è leggermente diverso. I due cani non ringhiano e non hanno intenzione di sprecare fiato abbaiando, insomma non fanno molti discorsi. Il primo punta il bastardino, nel senso di piccolo meticcio non nel senso di figlio di puttana, mentre il secondo prende una traiettoria più larga cercando un più facile attacco alle spalle, pavido, ma letale. A questo punto diciamo che uno a scelta fra il padrone dei due ammassi di denti e pelo  ed il suo amico, sia un po' meno coglione dell'altro, anche se non di tanto, e che riesca a riprendersi la seconda bestia, quella che stava facendo il giro largo, afferrandogli l'immancabile collare borchiato con un guizzo  o per pura fortuna. Purtroppo però il primo, quello che puntava la preda frontalmente, non è riuscito a fermarlo nessuno, troppo veloce, troppo determinato. Il padrone non può fare altro che staccarlo a calci, a danno fatto.
Potrebbe sembrare la solita storiella del cane cattivo, i soliti luoghi comuni o di contro le solite stronzate sul fatto che non esistono cani cattivi (vorrei capire perché se esistono esseri umani che potremmo definire senza vergogna delle teste di cazzo non dovrebbe funzionare allo stesso modo anche per i cani), beh non lo è. E' successo a un metro dal mio naso, vero come la merda.
Tante cose mi sono passate per la testa. Se non mi fossi fermato avrebbero puntato me? Perché, se ad un coglione così era permesso di tenere due cani del genere, a me non era permesso di girare con una fottuta katana? Ma soprattutto, se anziché essere un cagnolino fosse stato un bambino, stessa altezza da terra, collo tenero e fottutamente accessibile, stessa inguaribile aria inoffensiva, sarei riuscito a fare qualcosa?  Dopotutto a due cani così stupidi da non distinguere tra una minaccia ed un vecchio bastardino malconcio non si può chiedere di fare della filosofia.
Può sembrare irrazionale, ma sono domande che ti fai a caldo. Purtroppo la consapevolezza che nonostante tutto no, non avrei avuto il tempo di fare niente, mi ha lasciato dentro una rabbia ostinata che corrode. Non tanto per i due coglioni, non tanto per il malcapitato cagnolino, non tanto per quei due patetici agglomerati di testosterone che qualcuno si ostina a chiamare cani (e a cui per in bene di altri cani molto più pacifici auguro di finire sotto ad un camion quanto prima, per inciso) ma per quel senso di inutilità che ti piomba sul collo. E' gelido e bagnato come un temporale e tu sei per strada, nessuna tettoia, nessun riparo e nessun ombrello.
Forse è per questo che la rabbia è un dono, perché così come può bruciare può anche asciugare o forse perché tutte le costruzioni, le sovrastrutture, le impalcature che trova diventano una mucchietto indistinto di cenere, pulito, minimale e sterile. Il punto migliore da cui ricostruire.


martedì 10 aprile 2012

Down in a hole

Alle volte penso che con le mie pessime idee ci si possa scrivere un libro.
Una sera ti rendi conto che sei uscito alle 2 di notte, d'inverno, senza  giacca, fuori piove e tu sei vestito da casa. Solo che non sei in casa. Sei davanti ad una saracinesca e inserisci delle monete, imprechi perché il taglio non è mai quello giusto, perché il bastardo le monete te le sputa, perché cazzo ma le hanno aumentate di nuovo e perché quelle che vuoi tu non ci sono. Poi ad un certo punto riprendi la tua ricompensa dalla buca di metallo dentro la saracinesca e anche se tu sei quello che paga,  sembri un ladro o almeno sei furtivo come un ladro anche se molto più goffo. Ad un tratto ti si para in testa l'immagine della scimmia che raccoglie la banana premio, quella dei test di intelligenza sugli animali con gli scienziati che si guardano compiaciuti. Tu non lo sai ma probabilmente il motivo del loro compiacimento è che in questo momento tu sei poco più che un primate e che i tuoi comportamenti ed i tuoi riflessi condizionati lo certificano. 
E poi cazzo, ma perché gli accendini non funzionano mai quando ti servono?
Ok ci siamo. 
Si parlava delle mie pessime idee. 
Alle volte non sono proprio idee... alle volte sembrano riflessi condizionati, sai quelle cose che ti fanno sentire una scimmia e tutto il resto. Tu sei lì e schiacci un bottone, non sai bene perché, sai che quel bottone lo hai schiacciato tante volte, ma la tua follia ti porta a credere che questa volta possa avere un risultato diverso dal solito, forse è che non ti sei mai levato dalla testa una qualche appendice malata della teoria del caos.
Sì, ho detto teoria del caos, ovvero causa, effetto e nel mezzo un'imponderabile serie di fattori non del tutto prevedibili che, anche se minimi, possono influenzare il risultato parziale o finale in modo significativo. Inutile dire che i conti non tornano mai. 
Sì lo so, bella fregatura, ma la parte peggiore è che come per gli accendini, non c'è mai abbastanza caos quando ti serve.



sabato 7 aprile 2012

Magdalene

Il mondo ha bisogno di Maddalene.
O almeno io ho bisogno di Maddalene... il mondo lasciamolo stare, dato che sembra aver bisogno di cose strane, cose che spesso non riesco a capire né come bisogno primario, né come accessorio.

Maddalene...
Donne che ti stanno vicino per un po', magari arrivano quando ne hai bisogno per sparire prima che tu ti renda conto di essere ritornato in grado di reggerti in piedi.
Ti vogliono un bene dell'anima e manco loro sanno spiegare perché, tuttavia non ti amano e manco loro sanno dire come questo sia possibile.
Quando mandano in culo il mondo e sono lì solo per te non ti chiedono perché e non ti chiedono di strapparti le vene dai polsi per provare che a loro ci tieni, anzi tendenzialmente non ti chiedono proprio niente. Più in generale non ti fanno mai troppe domande, forse perché sanno che non ci sono mai troppe risposte.
Ti appiccicano il cartello "do not desturb" attorno al collo e dicono al mondo di girare senza di te, di lasciarti stare almeno per stanotte e lo fanno con una voce meravigliosa, come Yvonne Elliman.
Ti insegnano qualcosa di come si sta al mondo o di come si convive col tizio dello specchio ed il più delle volte lo fanno senza nemmeno volerlo.

Parliamoci chiaro, donne così non sono una benedizione, sono un autentico colpo di culo.

Sì, domani è Pasqua e sì, a me è venuto in mente Jesus Christ Superstar perché in qualche modo rende giustizia a queste donne meravigliose: amanti, amiche, sorelle, compagne che la gente per bene, o perbenista, relega spesso al ruolo di semplici adultere... beh non sanno cosa si perdono e non sanno che torto stanno facendo all'altra metà del cielo.

Grazie, a tutte le Maddalene del mondo.

domenica 12 febbraio 2012

Love is a verb

I verbi, salvo pochissime eccezioni, hanno bisogno di complementi, esattamente come la gente.
La gente ha bisogno di una tragedia o un lutto, possibilmente altrui, per commuoversi, di un nemico con cui incazzarsi o a cui dare la colpa, di un Superiore a cui rimettere responsabilità e sbattimenti di cazzo, di un Altro a cui richiedere affetto, estorcere attenzioni o recriminare mancanze emotive.

Una logica che vuole l'altro come unico colpevole, unico salvatore e perfino unico testimone della nostra esistenza è una logica che soffoca o confonde le nostre vere emozioni, quelle che nascono da noi stessi e per noi stessi.

Per questo, avidi di emozioni reali, cerchiamo di sfamarci con surrogati di emotività a basso costo, partite di aghi, avariati come la peggiore esportazione, fabbricati e confezionati solo per piantare le unghie nella carne della nostra componente più arcaica.

Fade, made to fade.