venerdì 30 dicembre 2011

Cold feelings in the night

Questo è il genere di pezzi che riesce meglio ai social distortion, le ballate per i tempi duri, times are hard getting harder.

Quando hai l'impressione che qualcuno è scappato con la cassa lasciandoti senza niente in mano e con un sacco di nemici alle spalle.
Quando sparisce ogni traccia di effimera soddisfazione e vanagloria nel contemplare allo specchio a broken nose and a broken heart.
Quando nemmeno le nocche che hai consumato ti consentono di guardare la cosa con quel pizzico di superiorità che ha chi sa di aver combattuto le proprie battaglie con lo spirito e l'integrità delle termopili spartane.
Quando il tuo concetto di libertà si riduce all'idea che a questo punto non conta niente.

Ecco, fermati qualche passo prima, perché c'è qualcosa che non va ed è qualcosa di potenzialmente pericoloso...

Pericoloso come distrarsi con un coltello in mano.




lunedì 12 dicembre 2011

Private Hell

Alcune persone non si danno tregua. Io sono una di queste.

Capirsi, comprendersi, conoscere se stessi alle volte può diventare ricerca ossessiva di nuove strade per raggiungere una cima e, quando hai un rapporto conflittuale con il sonno, può capitare che i sogni diventino un' altra strada per scalare la montagna.

Nella nostra vita reale spesso finiamo in contesti, situazioni o dinamiche così assurde che la nostra mente fatica trovarci un senso. D'altra parte la nostra mente quando sogna razionalizza l'assurdo in modo da renderlo verosimile e quello che viene fuori è uno spettacolo che, almeno durante il suo svolgimento ed almeno per noi stessi, ha una sua credibilità.
Ecco, per noi stessi.

Forse noi non ci conosciamo abbastanza bene, ma la nostra mente si conosce e sa come ingannarci, sa come giocare se stessa. Un pensiero primario che colpisce e si nasconde fra le rovine delle nostre paure, le impalcature delle nostre speranze, fra le bugie e le scorie. Bisogna conoscere il territorio per andare a beccare quel ghost in the shell che gioca a fare la guerriglia e ancor di più bisogna avere il fegato di camminare in mezzo ai detriti senza inciampare.

Pur con tutte le lusinghe, le menzogne, le verità, le intuizioni o le brutture che queste realtà artificiali ci propongono, i sogni sono un canale attraverso cui una parte di noi ci parla, bypassando, sovvertendo o mescolando tutti quei parametri e quegli schemi che da svegli diamo per imprescindibili e che ci impediscono di godere di prospettive insolite e quindi di ispirazione.

Magari solo un sospiro... Just a whisper, I hear it in my ghost.


domenica 6 novembre 2011

Just because of...

Per motivi prettamente musicali stamattina mi sono tornati in mente loro... non sono mai stati tra i miei gruppi preferiti, ma li ho sempre ascoltati molto volentieri e devo dire che vederli dal vivo un paio d'anni fa è stata un'esperienza notevole.
Ma si sa, i motivi prettamente musicali non esistono...

Per me è sempre stato improbabile uscire con ragazze che non avessero almeno una mensola piena di album e per quelli della mia generazione era praticamente impossibile che in quella mensola non ci fosse Stoosh o Post Orgasmic Chill.

Gli Skunk Anansie li ho sempre visti, non solo iconograficamente ma proprio musicalmente, come la controparte più black e più femminile degli Smashing Pumpkins che, per inciso e seppur per un breve lasso di tempo, sono stati un signor gruppo.

Più black vuol dire che il ritmo è più incalzante, costruito più sull'intesa tra i colpi sulle pelli e le linee di basso che sui balletti delle bacchette sui piatti. Malgrado Jimmy Chamberlain alla batteria fosse un meraviglioso figlio di puttana quell'altro, che si chiama Mark Richardson ma che viene indicato troppo sbrigativamente con: il manzo che suona la batteria con Skin, ha le sue ragioni e grazie al gioco di squadra con un bassista pieno di gusto e grinta le fa valere ben oltre le sue capacità tecniche.
Più femminile vuol dire che gli Smashing Pumpkins sembravano più incazzati, più graffianti, più acidi, ma i loro pezzi tristi, cioè praticamente tutti, parafrasandoli dicono: il nostro sogno si è tramutato nel mio incubo e proprio non so come risvegliarmi. E' sognante, struggente ed a tratti senza speranza, il massimo che ti possono concedere è un mezzo ghigno beffardo sulla faccia mentre affronti il plotone d'esecuzione, ovviamente senza benda sugli occhi.
Gli Skunk Anansie sembrano meno incazzati, graffianti ed acidi, ma i loro pezzi tristi dicono: ho una ferita nella carne, ma tu vai fuori dai coglioni perché da questa cicatrice in poi finisce noi e comincio Io. A parità di botta, tramvata, tortorata, padellata o capocciata le donne incassano meglio, non c'è niente da fare.

Sarà biologia, sarà retaggio culturale, non so come mai, ma le donne sono più brave a gestire il dolore, elemento da cui filosoficamente parlando nessun essere umano può prescindere.
Fatto sta che, al di là di tutte le chiacchiere, gli Smashing Pumpkins si sono sciolti non so quante volte prima di dissolversi definitivamente parecchio tempo fa, mentre gli Skunk Anansie, anche se profondamente cambiati, sono ancora vivi.

I hope you're feeling happy now...

mercoledì 26 ottobre 2011

Little miss can't be wrong (Reloaded)

Nella vita ci sono piaceri semplici, myricae, apparentemente trascurabili che, sotto una veste apparentemente banale, possono assumere importanza e rappresentare qualcosa in base a come siamo, al nostro vissuto, ai nostri riti.

L'odore di caffè che ti entra nelle narici appena sveglio, le labbra che si appoggiano alla tazzina, quel sapore piacevolmente nocciolato, la caffeina che entra in circolo buttando giù dal letto i neuroni che hanno tirato tardi la notte prima.
Le mani che vanno rapide, ma senza fretta al pacchetto di lucky strike dopo i primi sorsi di birra, preferibilmente rossa e belga, il rumore della pietra dell'accendino, la fiamma e la prima boccata che placa i primi, impercettibili segni della dipendenza da nicotina.
Il sangue che si riscalda dopo il primo sorso di vino rosso per accompagnare un bel piatto di trippa alla fiorentina fumante, mangiata d'inverno e per strada con un freddo che ti congela le dita e ti condensa i pensieri permettendoti di riconoscerli più lucidamente che mai.

Questo album, uscito ormai più di venti anni fa, è dedicato ad uno di questi piaceri semplici, la pentatonica.
Usata nelle dieci tracce che compongono l'album in tutti i modi possibili: per la struttura melodica, per il fraseggio della chitarra o per gli assoli e sempre in modo impeccabile.
A fare da collante c'è una ritmica funky che, ottimamente pompata dalle linee di basso, risulta essere il tratto più riconoscibile di questo album, un vero marchio di fabbrica forse più distintivo della voce stessa, leggera e perfettamente nel mood dall'inizio alla fine.

D'altronde gli Spin Doctors non sono stati semplicemente un gruppo musicale, uno di quelli che va in studio, prova, registra e fa i concerti, sono stati una jam band, come i Phish se sapete di cosa parlo. Questa è gente che si vedeva, chiacchierava, cazzeggiava, poi a un certo punto tutti prendevano gli strumenti e cominciavano a suonare senza interruzioni per un tempo che poteva variare dai dieci minuti alle dieci ore. La musica c'entra fino a un certo punto in questi casi, la si può chiamare alchimia, chimica, magia, lo si può chiamare culo... fatto sta che da quel marasma qualcuno ha ritagliato un'ora di materiale per farlo diventare un album cinque volte disco di platino... la cosa giusta, al momento giusto.

Fosse finita qui sarebbe roba di poco conto...
E invece No, non è roba di poco conto.
Certi momenti apparentemente banali, certe sensazioni apparentemente trascurabili, certe premure apparentemente inutili, non fanno miracoli, ma possono aiutare la mente a predisporsi nel modo giusto per capire, comprendere, affrontare, risolvere e la mente predisposta nel modo giusto può diventare potentissima, può fare anche miracoli in un certo senso.







martedì 18 ottobre 2011

Just one dance

Punto primo, questo album è meraviglioso, non sentivo niente di così leggero e di classe da tanto tempo. Intendiamoci, non è niente di rivoluzionario, ma è un gran bell'album, fatto bene e con gusto, che riesce, in armonia con un ricco contesto strumentale, a mettere in mostra una voce femminile semplicemente deliziosa.

Punto secondo, io non so ballare.
Credo che, avendo lavorato abbastanza sul e col mio corpo, sarei capace di replicare un movimento in modo abbastanza fedele dopo averlo visto, ma ballare è un'altra cosa.
Serve una persona che ti insegni, con pazienza perché in uno spazio così piccolo ci sono troppe cose che succedono e troppe cose da far succedere, un errore può capitare a tutti. Serve una persona capace di farti comprendere un movimento facendotelo sentire più che vedere, facendoti percepire cosa sta succedendo dentro ad un ritmo.
Infine serve una partner di ballo con cui essere in vera sintonia. Che forse è l'aspetto più complicato di tutti e dodici i pezzi che compongono questo album... perché as long as she loves me, I really don't mind






venerdì 14 ottobre 2011

I can't explain, you would not understand

Da bambino giocavo coi lego, che ai miei tempi si chiamavano: le costruzioni.
Mi piacevano da morire. Mio padre mi vedeva tirare su le cose più strane con quei mattoncini e forse immaginandosi una vocazione scientifica mi chiedeva speranzoso: "ohhh ma che bravo, cosa vuoi fare da grande?" e io "il muratore!" e lui con una punta di divertito sconforto: "ma come il muratore?" e io "si, voglio costruire le case, i ponti, i castelli..." mio padre rideva e mi lasciava a giocare per terra, circondato da una esplosione di mattoncini di tutti i colori e di tutte le forme, roba che se avessi messo una bomba nella scatola delle costruzioni sicuramente avrei contenuto meglio il raggio di dispersione di quegli oggettini.

Un giorno, dopo ore di pazientissimo lavoro, ci riuscii...
Tirai su un palazzo di tre piani, usando tutti i mattoncini che avevo, era una cosa meravigliosa. Ero così contento che lo lasciai lì gonfio di soddisfazione: passavano i giorni ed io passavo il tempo a contemplarlo, ma col tempo lo guardavo sempre di meno, finì che dopo un po' lo lasciai lì.
Qualche giorno dopo dopo non ce lo trovai più, mia madre lo aveva visto tutto impolverato (ovviamente in salotto) e l'aveva rimesso a posto, smontandolo grossolanamente.
Ricordo quanto mi incazzai, la povera donna mi disse: "stava lì e tu non ci giocavi più ormai". Sarà pure stata una povera donna, ma devo riconoscerlo, mi fregava sempre.

Fintanto che i miei mattoncini erano cristallizzati in quella forma, seppure meravigliosa, io non potevo utilizzarli per farci nient'altro e per questo avevano finito col perdere interesse e quindi significato.

Le certezze che ci portiamo dentro sono così: just another brick in the wall.
E' bene non affezionarsi troppo alla forma contingente che possono assumere in un particolare momento, basta sapere che è sempre possibile costruirci qualcosa distruggerlo e ricostruirci qualcos'altro, in potenza i mattoncini hanno tutte le forme che possiamo pensare, offrono possibilità infinite.

martedì 11 ottobre 2011

But you don't really care for music, do you...?


Stasera avevo voglia di vino, di vino rosso. E' strano perché ultimamente bevo principalmente birra.
La birra pizzica la bocca e riempie la pancia, non fa altro e ti lascia tale e quale a come ti ha trovato, nessun pensiero che va via nessun pensiero nuovo che arriva.
Ti leva la sete e la polvere dalla gola se è abbastanza fredda, poi raccoglie le sue cose e leva il disturbo prima che tu ti sia svegliato.

Stasera no, volevo proprio del vino.

Dalle mie parti il vino si produce e se ne produce di buono, la zona è più famosa per i bianchi, ma i rossi sono i miei preferiti.
Dalle mie parti del vino si dice che faccia sangue.
Dalle mie parti, uno Scrittore, che più passa il tempo e più mi ci affeziono come se fosse uno di famiglia scrive: "Per il sangue che hai perso, il vino pareggia".

Il vino manco ci passa per lo stomaco, punta dritto al cuore.
Diventa sangue, percorre le vene e le riscalda, accende la punta delle dita, arriva alla testa e la bagna come un'onda che accarezza la riva e gioca coi nostri detriti. Ogni tanto ci deposita un nuovo pensiero ed ogni tanto ne porta a largo uno vecchio.

Il sangue rischiamo di perdercelo in qualsiasi momento, per qualsiasi sciocchezza, qualsiasi addio, qualsiasi nuovo taglio e qualsiasi vecchia ferita maltrattata, oppure rischiamo di tenercelo tutto dentro, ma freddo come acqua in frigo, senza calore, senza ritmo, senza vita.

Her beaty and the moonlight overthrew you... o forse era solo il vino a riscaldarmi il sangue?


lunedì 26 settembre 2011

Sleeping with ghosts


Si fa per dire ovviamente, non è che dorma poi molto.

I pensieri vanno via come fiammiferi bruciati ed io ho una scatola ancora piena.

I Placebo non li ascoltavo da un po' di tempo... correre su una collina e fare un patto con Dio.

Con alcuni fiammiferi ci si brucia le dita e questo forse vuol dire che sono serviti a qualcosa.

Nel frattempo c'è un tizio nello specchio che mi fa un effetto sempre più strano, lui e le birre ghiacciate che ci beviamo insieme. Non più sweet prince, non più the one, forse si sente libero, chi lo sa? Mi facevano notare un po' di tempo fa che un principe presuppone una principessa che va salvata da se stessa; non spesso, no... praticamente sempre.

See you at the bitter end.




venerdì 16 settembre 2011

Say Hello to Heaven

Premessa: mi sono imposto di usare questo blog per parlare attraverso la musica di tutto, tranne che della musica stessa, questo post è, forse, l'unica eccezione.

Praticamente 20 anni fa, per la precisione 20 anni e 5 mesi, usciva questo fantastico album, frutto di uno degli ultimi supergruppi della storia della musica. Si riunirono nella stessa sala di incisione due dei migliori gruppi di quel decennio, due ali estreme del Grunge, che hanno interpretato agli antipodi e di cui sono stati se non proprio i fondatori quantomeno le colonne portanti, i Pearl Jam da una parte ed i Soundgarden dall'altra. Diciamo che se si potesse parlare di un'epica del Grunge, allora questi due gruppi ne costituirebbero il corpus principale.

L'occasione per questa insolita reunion si ebbe, come spesso accade, per un evento tragico, la morte per overdose di Andy Wood, amico comune dei membri delle due band, a cui è dedicata la traccia numero 1 e l'intero album. Detto questo, se qualcuno vuole andare a cercarsi la storia o meglio le storie, sono sicuro che google potrà aiutare, questa non è Mtv, per fortuna.

Sono passati 20 anni dall'uscita di quell'album che credo di aver consumato.

Cazzo, 20 anni... fatemi scendere.

Lo diceva lo stesso Wood cantando Chloe Dancer con i Mother Love Bone: and a dream like this must die...


martedì 13 settembre 2011

In Utero

Sono tre giorni che mi rigiro nel letto a casa, combattendo con caraffe di antinfiammatori e poca pazienza un mal di schiena che non mi dà pace e che quando arriva tende a fare il padrone di casa.

Come in tutti i momenti di eccessiva o forzata staticità sento il bisogno fisico di un sottofondo musicale. Stavo impazzendo per trovarne uno adatto, qualcosa che non mi facesse pensare troppo e che non fosse eccessivamente impegnativo, un ambiente Neutro di musica e parole.

Mi conosco e so che basta azzeccare le prime due o tre tracce e poi il gioco è fatto, come il primo caffè della giornata, ma bisogna stare attenti perché quando fa schifo poi la mattinata lo segue a ruota.

La mia dose di caffeina musicale stamattina erano i Nirvana. Scelta rivelatasi perfetta.
E' difficile da spiegare come sia possibile che dopo più di 14 anni, ovvero la metà della mia vita, riesca ancora ad ascoltare una band del genere, dopo essermi fatto passare nelle orecchie e tra le dita tanta musica che, parliamoci chiaro, è fatta infinitamente meglio.

Possiamo dirla così, i Nirvana non mi hanno mai promesso un cazzo.
Non mi hanno promesso rock n roll all night né party everyday,
non mi hanno promesso l'Amore,
non mi hanno promesso sesso,
non mi hanno promesso un mondo migliore né rivolte per ottenerlo,
non mi hanno promesso nessun tipo di trionfale vittoria.
Forse perché troppo depressi e minimalisti per poterselo permettere, non lo so, sta di fatto che le promesse tendono ad essere pericolose quando cominci a crederci ed a farti male quando smetti.
In questo senso i Nirvana pericolosi non potrebbero esserlo nemmeno volendo e questo li rende sicuri, questo li rende un utero musicale.



domenica 4 settembre 2011

Appetite for Destruction

Penso che l'essere umano ce l'abbia dentro questa pulsione a disfare le cose, a smontarle essendo consapevole che una volta rimontate non saranno più le stesse.
Questa pulsione è tanto più irrefrenabile quanto più la cosa che si vuole smontare è Animata, come potrebbe esserlo un sentimento, uno stato d'animo, una relazione fra due individui.

Come diceva De Luca i fulmini sono bambini che cercano l'anima delle cose a colpi di martello beh gli uomini, intesi come specie, sono come i fulmini.

domenica 14 agosto 2011

London Calling

Leggevo che per le prossime Olimpiadi inglesi volevano adoperare come inno un famoso pezzo dei Clash che comincia con:
"London Calling to the faraway town
Now war is declared and battle came down"
Ho anche letto che ci hanno ripensato a tempo di record non appena sono volate le prime bottigliate dalle parti di Tottenham.
Bottigliate che diventano un moto di piazza così variegato da comprendere manifestanti, emarginati e vere e proprie gang criminali. Con tutte le ragioni della protesta che si uniscono a tutti i torti di ciò che la protesta stessa vorrebbe, forse, se non combattere, contrastare.
Le ragioni di una massa di gente emarginata da un punto di vista sociale, economico e culturale contro un sistema che li vuole sempre più consumatori, sempre più più produttori di ricchezza che non vedranno mai, sempre più sporcizia inutile ed imbarazzante da nascondere sotto al tappeto.
L'anomalia si riscontra nel momento in cui le masse di un sottoproletariato (sì, potrebbe non essere un azzardo usare questo termine) marginalizzato assalta un negozio hi-tech per ottenere quell'i-phone, quel pezzo di ricchezza, che altrimenti non avrebbero mai potuto avere.
Vedi gli emarginati diventare folla inferocita, tanto da farci scappare anche qualche morto, ti aspetteresti che la loro rabbia finisca, magari in maniera stupidamente iconoclasta, contro le manifestazioni del sistema che li emargina, e invece no.
La folla inferocita, che è anche molto variegata, placa la sua rabbia con un po' di misero sciacallaggio, o se si preferisce redistribuzione proattiva di quei beni che sono espressione di un gioco al massacro secondo cui se non hai l'i-qualcosa e le scarpe firmate sei un coglione qualsiasi... "your future dream is a shopping scheme".
Si "combatte" un sistema che crea disuguaglianze sociali, solo per ottenere qualche briciola in più della torta, il problema è che per una fetta di torta più grande ci saranno tante altre fettine sempre più piccole.

Chi può dire se i Clash intendessero proprio questo, io non lo so, non c'ero.

lunedì 1 agosto 2011

Staring at Empty Pages


Le pagine vuote di un foglio che non si riempie, di frasi che non rimangono sulla carta, di lettere che non arrivano, di risposte che non ci sono.

Le parole, per quanto valgono, mancano.

Come se guardare il foglio bianco servisse a qualcosa.

martedì 26 luglio 2011

Bring on the Night


If

If you can keep your head when all about you
Are losing theirs and blaming it on you;
If you can trust yourself when all men doubt you,
But make allowance for their doubting too:
If you can wait and not be tired by waiting,
Or, being lied about, don't deal in lies,
Or being hated don't give way to hating,
And yet don't look too good, nor talk too wise;

If you can dream---and not make dreams your master;
If you can think---and not make thoughts your aim,
If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two impostors just the same:.
If you can bear to hear the truth you've spoken
Twisted by knaves to make a trap for fools,
Or watch the things you gave your life to, broken,
And stoop and build'em up with worn-out tools;

If you can make one heap of all your winnings
And risk it on one turn of pitch-and-toss,
And lose, and start again at your beginnings,
And never breathe a word about your loss:
If you can force your heart and nerve and sinew
To serve your turn long after they are gone,
And so hold on when there is nothing in you
Except the Will which says to them: "Hold on!"

If you can talk with crowds and keep your virtue,
Or walk with Kings---nor lose the common touch,
If neither foes nor loving friends can hurt you,
If all men count with you, but none too much:
If you can fill the unforgiving minute
With sixty seconds' worth of distance run,
Yours is the Earth and everything that's in it,
And---which is more---you'll be a Man, my son!

Love you dad

giovedì 14 luglio 2011

Blue Monk

Un autentico Genio una volta disse:
"Non parlo molto perché non è possibile dire a tutti ciò che si pensa, delle volte neppure noi sappiamo che cosa stiamo pensando"

Molto spesso la paternità dei nostri pensieri è quantomeno incerta. Quanto di quello che pensiamo è nostro ed in che misura? Quanto di quello che ci passa per la testa è indotto e quanto è frutto di noi stessi.

La chiave della meditazione è proprio questa, imparare a lasciar passare il chaos dei nostri pensieri, senza legarsi ad essi, per arrivare alla calma necessaria a tradurre ciò che sentiamo nella giusta immaginazione.

Molto spesso infatti il problema è dovuto ad una cattiva immaginazione e la sua soluzione è semplicemente una buona immaginazione.

sabato 2 luglio 2011

Evidence











L'idea per scrivere questo testo deve ancora arrivare, ad ogni modo io sono qui ad aspettarla.

mercoledì 1 giugno 2011

All the things you are


La cosa bella del Jazz strumentale è che ognuno può incastrare fra quelle note ribattute le parole che sente più sue.
All the things you are e forse per Joe Pass saresti stata qualcos'altro rispetto a tutte le cose che sei per me.
Tutte le sweet funny valentine di questo mondo potranno avere il proprio stralcio, non la propria ode, ma la propria frase fuggente, annotata su un pezzo di carta mezzo strappato che si tiene nella tasca della giacca in attesa di metterlo altrove. Una frase singola, uscita fuori da qualunque contesto, si regge in piedi solo sulle note di un buon Jazzista, le frasi sconnesse si poggiano su note che sembrano errori scaturiti da un dito che ferma la corda un tasto sopra o uno sotto del dovuto, ma che altro non sono che un arrangiamento unico sull'armonia di quel pezzo ed in quel momento. E' per questo che il Jazz cambia sempre, non può essere che così, non è mai uguale a se stesso anche quando si ripete, è per questo che il Jazz non ha le armonizzazioni ovvie a cui un orecchio è abituato nella musica di consumo.
Il Jazz non è musica di consumo, non ha armonie ovvie, non ha niente di scritto, non ne ha perché non può averne. Solo la volontà e la capacità di comprendere l'intera armonia di un pezzo può portarti ad accettare quella "stonatura" che diversamente sembrerebbe essere completamente fuori contesto, come le parole incastrate su quelle note sghembe, come il breve salto nel vuoto di un gradino che non c'è.

domenica 22 maggio 2011

To you child










Should I fall out of love, my fire in the light
To chase a feather in the wind
Within the glow that weaves a cloak of delight
There moves a thread that has no end.

martedì 29 marzo 2011

In a sentimental mood












"But now it has happened,
no use in talking.
The silence between me and you has never had meaning.
It was. Love it, that was all that was asked.
But now it has happened,
no words for the foretime,
the desperation has made me the same,
has made me another.
Who looks at the shape of the fish
grow giant on the side of his bowl,
who walks on the terrace
observing foliage from above,
who hears the snapping of plastic
that wraps like cellophane
bare branches of climbers?
you don´t know, and I
who descend the stairs neither,
I am the same, I am another."


martedì 8 febbraio 2011

Since I've been loving you

Non sono un musicista professionista e non sono, fortunatamente nemmeno un critico musicale, quindi mi riesce molto difficile parlare di musica senza parlare di vita quotidiana e da diversi anni mi riesce difficile parlare di vita quotidiana senza parlare di Aikido.

Sono le cinque e mezza, è venerdì e sono sulla mia macchina, direzione kidojo. Le lezioni cominciano alle sette, ma il venerdì il tatami è libero dalle sei e come succede da diverso tempo io ne approfitto.

E' maggio e fa già abbastanza caldo, l'esame di primo dan è la settimana prossima. In macchina gira a ripetizione un cd con una traccia sola, in loop. Since I've been lovin' you, dall'album Led Zeppelin III, ovvero i Led Zeppelin in tutta la loro maestosità.

Per via dell'esame quando salgo sul tatami sono molto teso e per via delle 12-14 ore settimanali di allenamento a cui mi sottopongo spesso quando comincia la prima ora delle lezioni la sera sono già stanco, ma non importa. Lei continua ciclica ed instancabile, dolce e potente, anche quando non sono più in macchina con lo stereo acceso, anche quando non ho cuffie o casse, mi calma quando sono nervoso, mi carica quando penso di non poter muovere più nemmeno un solo passo.

Sono passati tre anni, tanto aikido, tanta musica e tanta vita da quell'esame ma l'effetto che mi fa quella canzone è sempre lo stesso: un pezzo struggente come solo un blues minore può essere, pieno di energia come può riuscire solo ad un gruppo perfettamente bilanciato ed al culmine della sua ispirazione collettiva. Questo pezzo è un duetto tra il lamento di Robert Plant alla voce ed il geniale fraseggio, tuttora inarrivato per incisività, di Jimmy Page alla chitarra; un pezzo sostenuto da John Paul Jones, un bassista che si permette di accomodarsi con profitto anche alle tastiere e cadenzato alle pelli da John Bonham, un batterista furioso, ma dotato di un tocco magico, ammansito per l'occasione.

Quando penso a questa canzone penso ad una frase del Doshu che è parte intengrante di come io vedo la pratica dell'Aikido: “L'Aikido mi permette di essere gentile a piacere”. Questa canzone è così ricca da poter essere malinconica, potente, graffiante, avvolgente, può essere una rasoiata e può essere una coperta calda, è solo una questione di percezione.

Ho sempre pensato che è riduttivo inquadrare un gruppo come i Led Zeppelin in un qualche genere musicale, dato che hanno scritto, autografato e reso unico un intero, pulsante capitolo di storia della Musica definendone generi e sottogeneri. Ancora più importante è che sono stati fonte infinita di ispirazione per generazioni intere di musicisti venuti dopo di loro e magari anche per chi si ritrova ad ascoltarli come un mantra prima di salire su un tatami.