mercoledì 26 ottobre 2011

Little miss can't be wrong (Reloaded)

Nella vita ci sono piaceri semplici, myricae, apparentemente trascurabili che, sotto una veste apparentemente banale, possono assumere importanza e rappresentare qualcosa in base a come siamo, al nostro vissuto, ai nostri riti.

L'odore di caffè che ti entra nelle narici appena sveglio, le labbra che si appoggiano alla tazzina, quel sapore piacevolmente nocciolato, la caffeina che entra in circolo buttando giù dal letto i neuroni che hanno tirato tardi la notte prima.
Le mani che vanno rapide, ma senza fretta al pacchetto di lucky strike dopo i primi sorsi di birra, preferibilmente rossa e belga, il rumore della pietra dell'accendino, la fiamma e la prima boccata che placa i primi, impercettibili segni della dipendenza da nicotina.
Il sangue che si riscalda dopo il primo sorso di vino rosso per accompagnare un bel piatto di trippa alla fiorentina fumante, mangiata d'inverno e per strada con un freddo che ti congela le dita e ti condensa i pensieri permettendoti di riconoscerli più lucidamente che mai.

Questo album, uscito ormai più di venti anni fa, è dedicato ad uno di questi piaceri semplici, la pentatonica.
Usata nelle dieci tracce che compongono l'album in tutti i modi possibili: per la struttura melodica, per il fraseggio della chitarra o per gli assoli e sempre in modo impeccabile.
A fare da collante c'è una ritmica funky che, ottimamente pompata dalle linee di basso, risulta essere il tratto più riconoscibile di questo album, un vero marchio di fabbrica forse più distintivo della voce stessa, leggera e perfettamente nel mood dall'inizio alla fine.

D'altronde gli Spin Doctors non sono stati semplicemente un gruppo musicale, uno di quelli che va in studio, prova, registra e fa i concerti, sono stati una jam band, come i Phish se sapete di cosa parlo. Questa è gente che si vedeva, chiacchierava, cazzeggiava, poi a un certo punto tutti prendevano gli strumenti e cominciavano a suonare senza interruzioni per un tempo che poteva variare dai dieci minuti alle dieci ore. La musica c'entra fino a un certo punto in questi casi, la si può chiamare alchimia, chimica, magia, lo si può chiamare culo... fatto sta che da quel marasma qualcuno ha ritagliato un'ora di materiale per farlo diventare un album cinque volte disco di platino... la cosa giusta, al momento giusto.

Fosse finita qui sarebbe roba di poco conto...
E invece No, non è roba di poco conto.
Certi momenti apparentemente banali, certe sensazioni apparentemente trascurabili, certe premure apparentemente inutili, non fanno miracoli, ma possono aiutare la mente a predisporsi nel modo giusto per capire, comprendere, affrontare, risolvere e la mente predisposta nel modo giusto può diventare potentissima, può fare anche miracoli in un certo senso.







martedì 18 ottobre 2011

Just one dance

Punto primo, questo album è meraviglioso, non sentivo niente di così leggero e di classe da tanto tempo. Intendiamoci, non è niente di rivoluzionario, ma è un gran bell'album, fatto bene e con gusto, che riesce, in armonia con un ricco contesto strumentale, a mettere in mostra una voce femminile semplicemente deliziosa.

Punto secondo, io non so ballare.
Credo che, avendo lavorato abbastanza sul e col mio corpo, sarei capace di replicare un movimento in modo abbastanza fedele dopo averlo visto, ma ballare è un'altra cosa.
Serve una persona che ti insegni, con pazienza perché in uno spazio così piccolo ci sono troppe cose che succedono e troppe cose da far succedere, un errore può capitare a tutti. Serve una persona capace di farti comprendere un movimento facendotelo sentire più che vedere, facendoti percepire cosa sta succedendo dentro ad un ritmo.
Infine serve una partner di ballo con cui essere in vera sintonia. Che forse è l'aspetto più complicato di tutti e dodici i pezzi che compongono questo album... perché as long as she loves me, I really don't mind






venerdì 14 ottobre 2011

I can't explain, you would not understand

Da bambino giocavo coi lego, che ai miei tempi si chiamavano: le costruzioni.
Mi piacevano da morire. Mio padre mi vedeva tirare su le cose più strane con quei mattoncini e forse immaginandosi una vocazione scientifica mi chiedeva speranzoso: "ohhh ma che bravo, cosa vuoi fare da grande?" e io "il muratore!" e lui con una punta di divertito sconforto: "ma come il muratore?" e io "si, voglio costruire le case, i ponti, i castelli..." mio padre rideva e mi lasciava a giocare per terra, circondato da una esplosione di mattoncini di tutti i colori e di tutte le forme, roba che se avessi messo una bomba nella scatola delle costruzioni sicuramente avrei contenuto meglio il raggio di dispersione di quegli oggettini.

Un giorno, dopo ore di pazientissimo lavoro, ci riuscii...
Tirai su un palazzo di tre piani, usando tutti i mattoncini che avevo, era una cosa meravigliosa. Ero così contento che lo lasciai lì gonfio di soddisfazione: passavano i giorni ed io passavo il tempo a contemplarlo, ma col tempo lo guardavo sempre di meno, finì che dopo un po' lo lasciai lì.
Qualche giorno dopo dopo non ce lo trovai più, mia madre lo aveva visto tutto impolverato (ovviamente in salotto) e l'aveva rimesso a posto, smontandolo grossolanamente.
Ricordo quanto mi incazzai, la povera donna mi disse: "stava lì e tu non ci giocavi più ormai". Sarà pure stata una povera donna, ma devo riconoscerlo, mi fregava sempre.

Fintanto che i miei mattoncini erano cristallizzati in quella forma, seppure meravigliosa, io non potevo utilizzarli per farci nient'altro e per questo avevano finito col perdere interesse e quindi significato.

Le certezze che ci portiamo dentro sono così: just another brick in the wall.
E' bene non affezionarsi troppo alla forma contingente che possono assumere in un particolare momento, basta sapere che è sempre possibile costruirci qualcosa distruggerlo e ricostruirci qualcos'altro, in potenza i mattoncini hanno tutte le forme che possiamo pensare, offrono possibilità infinite.

martedì 11 ottobre 2011

But you don't really care for music, do you...?


Stasera avevo voglia di vino, di vino rosso. E' strano perché ultimamente bevo principalmente birra.
La birra pizzica la bocca e riempie la pancia, non fa altro e ti lascia tale e quale a come ti ha trovato, nessun pensiero che va via nessun pensiero nuovo che arriva.
Ti leva la sete e la polvere dalla gola se è abbastanza fredda, poi raccoglie le sue cose e leva il disturbo prima che tu ti sia svegliato.

Stasera no, volevo proprio del vino.

Dalle mie parti il vino si produce e se ne produce di buono, la zona è più famosa per i bianchi, ma i rossi sono i miei preferiti.
Dalle mie parti del vino si dice che faccia sangue.
Dalle mie parti, uno Scrittore, che più passa il tempo e più mi ci affeziono come se fosse uno di famiglia scrive: "Per il sangue che hai perso, il vino pareggia".

Il vino manco ci passa per lo stomaco, punta dritto al cuore.
Diventa sangue, percorre le vene e le riscalda, accende la punta delle dita, arriva alla testa e la bagna come un'onda che accarezza la riva e gioca coi nostri detriti. Ogni tanto ci deposita un nuovo pensiero ed ogni tanto ne porta a largo uno vecchio.

Il sangue rischiamo di perdercelo in qualsiasi momento, per qualsiasi sciocchezza, qualsiasi addio, qualsiasi nuovo taglio e qualsiasi vecchia ferita maltrattata, oppure rischiamo di tenercelo tutto dentro, ma freddo come acqua in frigo, senza calore, senza ritmo, senza vita.

Her beaty and the moonlight overthrew you... o forse era solo il vino a riscaldarmi il sangue?