mercoledì 20 giugno 2012

Imparare a cadere

La prima cosa che senti quando entri in un dojo è il tatami sotto i tuoi piedi.
Lui c'è, puoi cambiare dojo, maestro, istruttori, compagni di pratica, ma il tatami non si muove, è una specie di invariante, è sempre lì e dalla prima volta che ci sali sopra lo aquisisci come una certezza, una delle poche. Una certezza concreta con cui è bene familiarizzare fin da subito, perché col passare degli anni di pratica diventa qualcosa di più. Ti insegna che cadere non fa male, ti insegna che è possibile cadere senza perdere  integrità né fisica né mentale. Ti fa capire quando sbagli, gentilmente, ma in modo deciso perché cadere male, anche su un tatami, non è affatto piacevole, ma il tatami è comprensivo: ti protegge negli sbagli e ti permette di rialzarti e riprovarci, ricadere e rialzarti un'altra volta per ricominciare.

La prima cosa che noti quando assisti da principiante ad una lezione o una dimostrazione o un seminario di aikido è che è pieno di gente che cade a ripetizione, plana, rotola e si rialza ingaggiando una lotta costante contro la gravità. In aikido questo si chiama ukemi, oppure come mi disse una bambina non ancora abbastanza alta da arrivare al bancone del gelataio "ma io ti conosco, io ti ho visto volare al kidojo!".
In realtà nessuno vola, non c'è magia, non ci sono supereroi, c'è solo un costante e paziente lavoro su se stessi, sulle proprie paure e le proprie insicurezze, sui propri spigoli.
Un praticante di aikido si confronta con i propri spigoli per tutta la vita e cadere, anche solo su un tatami, insegna che di spigoli ne abbiamo tanti e che magari col tempo e con i lividi si può trovare il modo di smussarli o di comprenderli in un movimento protettivo, per rendere i propri rotolamenti più morbidi.
Un principiante questo non lo sa, non ancora almeno, sa solo che se guarda giù vede il pavimento e che per quanto il tatami sia ammortizzato, questo pavimento non è per niente invitante. Tuttavia con la pratica si impara che il tatami non fa paura, che cadere non è un problema e che è l'inerzia stessa della caduta a riportarti in piedi se sai come gestirla, senza sforzo e senza danno.

Non riesco a ricordare un periodo della mia vita che non mi abbia visto praticare qualche sport e si può dire che ho cominciato a fare aikido relativamente presto, appena maggiorenne. Questo insieme di fattori mi ha portato fin da subito a fare ukemi molto spesso durante le lezioni ordinarie, e poi durante gli esami, le dimostrazioni ed i seminari sia in Italia che all'estero.
Forse è anche per questo che sono particolarmente legato sia alla pratica di ukemi sia al tatami: vedo la pratica di ukemi indissolubimente legata alla mia pratica dell'aikido ed il tatami è indiscutibilmente il miglior amico dell'ukemi.
Credo che fare ukemi permetta di imparare veramente tanto sul contatto, il ritmo e le tecniche di aikido. Si tratta di un'esperienza diretta che per mia ferma e personale convinzione non può essere sostituita da alcunché nel proprio processo di apprendimento.

Ci sono persone, ed io sono fra questi, che hanno bisogno del contatto, dell'incontro e talvolta dello scontro con il tatami.
Non è solo per via del punto vista privilegiato sull'aikido che la pratica quotidiana di ukemi può dare ad ogni praticante, di qualsiasi livello. Credo che sia soprattutto perché il tatami sta lì a ricordarci, in caso di cali di memoria, che da qualsiasi caduta ci si può rialzare, se si impara come cadere.






...Jusqu'ici tout va bien.

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